Economia e Finanza

Corriere della Sera

Consulente di famiglie e istituzioni milionarie, Dario Tosetti
ha la sede della società dove per 44 anni è stato il quartier generale dell’Avvocato: il denaro dà la libertà, ma può essere una trappola.

Al numero 10 di Corso Marconi  non c’è solo il valore dei soldi, che da vent’anni Dario  Tosetti «tutela», ma quello della memoria  e della bellezza: le foto di Elliott Erwitt,  i quadri di Alighiero Boetti e, va da sé, il luogo. Per  44 anni, fino al 1997, quartier generale di casa Fiat: «Il simbolo del potere».
Tosetti, come c’è finito qui?
«Ho un quadro di Boetti che dice: “Le cose nascono dalla necessità e dal caso”. Ecco, questa sede è nata per caso. Ero a Londra, in metro con Enrico Boglione, un caro amico:   “Mi sto trasferendo in corso Marconi 10, se vuoi ti faccio sapere”, fece. Appena visto, decisi: “Non esco prima di aver firmato il contratto”. Era il 2009».
Che effetto fa?
«Responsabilizza. Qui sono state fatte grandi cose: noi cerchiamo di fare la nostra parte».
E sarebbe?
«Dal 2008 Tosetti Value è una sim (società di intermediazione mobiliare) di consulenza pura: vogliamo far crescere i patrimoni, con  controllo di rischi e costi. Ed è realmente indipendente, da sempre un mio pallino: noi lo siamo perché remunerati esclusivamente dai clienti».
Chi sono?
«58 famiglie, 12 con un patrimonio di oltre 50 milioni di euro e 46 tra i 10 e i 50, 12 aziende e 11 istituzioni».
Come le venne l’idea del family office?
«Dopo la laurea in Economia a Torino, per cinque anni ho seguito Riccadonna Uk e International,   vivendo tra Bruxelles, l’Europa e, soprattutto, Londra, dove  ho conosciuto l’attività del family office. Vent’anni fa due famiglie mi chiesero di attivarlo per loro e accettai. Immagino mi abbiano poi fatto pubblicità».
La cosa più difficile?
«La coerenza».
Mai litigato per quella?
«Di più. Nel 2005 rinunciai a un mandato professionale importante: mandai via una persona che, secondo me, non ricopriva il ruolo che aveva in modo adeguato».
S’è pentito?
«Solo del modo. “Qui è casa mia”, gli gridai, mandandolo fuori. Un misto di fastidio e arroganza, ma fu la giusta decisione».
La sua fortuna?
«Ho avuto il privilegio di stare  vicino a imprenditori di successo, che è la vera ricchezza di questo Paese. Chiedevo sempre quale fosse il segreto e tutti mi rispondevano la stessa cosa: “La passione, il grande lavoro e l’equilibrio”».
Ne dica uno.
«Emilio Lavazza».
Lei cosa ripete ai clienti?
«Che il denaro è importante perché dà la libertà di essere se stessi. Ma che c’è sempre qualcuno che ne avrà di  più:  perciò, può essere una trappola incredibile. E che i guru della finanza non esistono».
Lei come si definisce?
«Un professionista che cerca di applicare una ricetta, e che sa come non bisogna vivere con euforia i momenti positivi e  con depressione quelli negativi».
Molto torinese.
«Per me Torino rappresenta tantissimo: dicono pure che siamo falsi e ipocriti, ma non ci credo. Questa è una citta fatta mediamente da grandi lavoratori e da persone che esibiscono meno di quello che hanno. Solide e che difficilmente tradiscono».
Facciamo che il Comune è suo cliente: le Olimpiadi 2026 sono un affare?
«Gli direi di farle, senza dubbio. Aggiungo:  sinistra o destra, ogni tanto bisognerebbe prendere esempio dagli imprenditori».
Meglio la classe imprenditoriale che quella politica?
«Confronto imbarazzante».
Come giudica Appendino?
«Me la raccontano  persona perbene, ma credo non basti: ci vuole un’organizzazione, che non c’è. Però».
Però?
«La sindaca va aiutata e non sempre criticata, anche quando ha problemi all’interno del suo partito: bisogna farlo per l’interesse della comunità».
Le sue decisioni sono più preparazione o intuizione?
«L’esperienza affina il fiuto. Pensi che tra il 1997 e il 2007 ho incontrato 8.000 operatori del settore finanziario».
Ottomila?
«Un fine settimana ho preso le agende degli ultimi 10 anni, e li ho contati».
Corso Marconi 10: è stato più bravo o più fortunato?
«Mi è sempre piaciuta una frase di Pasteur: “La fortuna favorisce le menti preparate”».